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Monumento degli Alpini per i 150 anni del Corpo

GRUPPO ALPINI RIMINI “Cap. Aldo Iorio”

Premessa

Per ringraziare la città che ha ospitato la 93° Adunata Nazionale degli Alpini nel Maggio 2022 e
in occasione del 150° anniversario della fondazione del Corpo, l’Associazione Nazionale Alpini, in collaborazione con la Sezione Bolognese-Romagnola e con il Gruppo Alpini di Rimini, ha realizzato un monumento che è stato consegnato alla città di Rimini e posizionato nel Parco Fabbri (Via Donato Bramante), anche quale ricordo di tutti gli Alpini “andati avanti”.
L’opera è stata pensata non come un monumento a qualcosa o a qualcuno, né come un momento celebrativo di un passato, ma «come luogo di riflessione e della memoria in cui affondano le nostre radici», come affermato dall’Alpino Guglielmo Dotti, ideatore dell’opera.
Il progetto si sviluppa attraverso tre elementi, realizzati con materiali semplici, ma che esprimono forza : il basamento, le figure in primo piano e lo scenario.
Il basamento è realizzato in blocchi di calcestruzzo con integrato impianto di illuminazione. La sua solidità e la scansione degli elementi prefabbricati, rappresenta la forza dei legami che intercorrono tra l’Associazione Nazionale Alpini, le Sezioni e i Gruppi, le relazioni interpersonali e il senso d’appartenenza all’ Associazione. Le figure in primo piano degli Alpini, realizzate in acciaio “Corten” ad altezza uomo con il caratteristico color “ruggine”, raffigurate con le divise del Corpo dal 1872 (anno di nascita del Corpo degli Alpini) al 2004 (sospensione della leva obbligatoria), rappresentano tutte le campagne che le penne nere hanno combattuto, vissuto e sofferto, ma anche la nostalgia della propria casa lontana, “la baita” e la malinconia per i troppi vuoti lasciati dai caduti.
Lo scenario, in secondo piano, sempre realizzato in acciaio Corten, sintetizza il sacrificio degli Alpini, nati per la difesa della popolazione e delle proprie vallate, ma spesso costretti ad operare in territori completamente diversi dai propri luoghi d’origine.
Non poteva mancare il mulo «…ricordate cosa era il mulo per noi. Era veicolo, era portabagagli, era cucina, il solo che ci consolasse che c’era un destino più faticoso del nostro. Era inoltre il sostegno su per le mulattiere, con quella coda benefica, quando il maggiore non vedeva; era la guida fra la nebbia e la tormenta…».
E, per ultimo, le figure degli Alpini, due in servizio e due in congedo nell’atto di saluto alla bandiera, che, nei momenti solenni, verrà issata sul “pennone” di 9 metri d’altezza posto al centro dell’area interessata dall’opera; tali figure stanno a evidenziare l’eccellente rapporto esistente tra l’ Associazione, l’Esercito e l’amore per la Patria. I due Alpini in congedo rappresentano, uno, i 330.000 Alpini dei Gruppi dell’A.N.A. e l’altro i 13.000 volontari della sua Protezione Civile.

Fondazione del corpo (1872)

Al momento della istituzione del Corpo, gli Alpini non vestivano in grigioverde, come d’altronde nessun’altro Corpo del Regio Esercito. Solo nel 1908, fu adottata la classica uniforme. Nel 1872 le prime quindici compagnie alpine vestivano come vestiva la fanteria dell’epoca: giubbe blu e pantaloni turchini con filettature rosse. Inizialmente non era neppure previsto che la truppa vestisse uniformi adatte alla stagione: i reparti di fanteria vestivano solo un pesante cappotto a falde rialzate, indossato sopra una camicia di robusto tessuto. Ufficiali e sottufficiali potevano invece avere giubbe il cui uso, nel 1874, fu esteso anche alla truppa.
Sulla giubba veniva indossata una mantella color turchino e le scarpe basse vennero presto sostituite con scarponi. L’elemento distintivo era senza dubbio il cappello, di foggia molto originale, definito “alla calabrese”: in realtà si trattava di un copricapo del tutto simile ad una bombetta, in feltro nero con fregio costituito da stella metallica di alpacca a cinque punte portante il numero della compagnia di appartenenza e, sulla sinistra, una coccarda in lana di colore indicativo della compagnia stessa, sul retro della quale un apposito passante in pelle era destinato a bloccarvi l’emblema più tipico del Corpo: una penna nera di corvo, per la truppa, e bianca, di oca, per ufficiali superiori; d’aquila invece per ufficiali e sottufficiali.

Campagne d’Africa (1887-1896)

Verso la fine del XIX secolo anche l’Italia, analogamente a quanto già attuato da tutte le maggiori potenze europee e come d’altronde avevano già intrapreso ben più modeste nazioni che all’epoca ne componevano lo scacchiere, si determinò ad avviare una impresa militare oltremare. La “scelta” cadde su un territorio della regione orientale del continente africano, prospiciente il Mar Rosso, quello dell’“Abissinia”. Il nome deriva dalle popolazioni “habashat” che, in antico, vi si erano insediate e che avevano fondato un vasto impero che andava sotto il nome di “Regno di Axum”, dal nome della sua capitale presso Adua, nella regione del Tigrè; le origini del suo mitologico capostipite Menelik si facevano risalire al Re Salomone ed alla regina di Saba.
Con il territorio abissino (l’attuale Eritrea) già dal 1882 il Governo italiano aveva rapporti, avendo acquistato in quell’anno la baia di Assab dalla società Rubattino di Genova, che l’aveva a sua volta acquistata dal padre lazzarita Giuseppe Sapeto, esploratore e missionario, che l’aveva a sua volta ottenuta dai capi locali nel 1869, pagando una cospicua somma allo scopo, recondito, di procurare all’Italia un porto lungo il Mar Rosso da utilizzare per il controllo delle merci delle quali era facile prevedere notevole incremento, dopo che, il 17 agosto 1869, era stata inaugurato il canale di Suez, nuova importantissima via di contatto fra Mediterraneo e l’Oceano indiano.

Guerra Italo-turca (1911-1913)

Agli inizi del Ventesimo secolo l’epoca della espansione coloniale delle grandi potenze europee stava chiudendosi: dei territori del nord Africa che si affacciavano sul Mediterraneo, la Francia aveva da tempo sottomesso l’Algeria e poi la Tunisia; l’Inghilterra aveva imposto il suo protettorato sull’Egitto. In Italia iniziava a farsi strada l’idea di accaparrarsi “almeno” quell’ultimo tratto di costa africana facente parte della Libia e che era sotto protettorato turco.
Il 4 ottobre del 1912 sbarcarono a Tobruch i primi contingenti del Corpo di spedizione. Quella che doveva essere una facile campagna scontava però i limiti dell’improvvisazione e dell’irresponsabile sottovalutazione delle forze nemiche. Dopo i primi scontri si capì subito la portata del conflitto; fu una guerra difficile, combattuta in condizioni disagiate, contro popolazioni agguerrite e bellicose per cui il contingente dovette essere aumentato dagli iniziali 35.000 uomini ad oltre 100.000.
Già l’acclimatamento iniziò a creare problemi a quei soldati abituati ai climi montani. Caldo a 40 gradi, sabbia che si infiltrava ovunque, nelle scarpe, negli occhi portata dal vento del deserto, dissenteria, poca acqua, combattimenti notturni, marce sotto il sole. Gli Alpini dovettero adattarsi a combattere tra le dune contro le tribù berbere o contro i musulmani della Cirenaica, uomini che, avvolti nei loro caffetani, sbucavano all’improvviso, assalivano rapidi ed altrettanto improvvisamente si eclissavano dileguandosi.

Grande Guerra (1915-1918)

La sagoma di un alpino con il fucile ‘91 in spalla, la sacca (porta tutto) e l’alpenstok (bastone alpino o, per gli Alpini, il “pistocco”) rimanda con immediata suggestione al ricordo dell’epopea vissuta da quei nostri soldati fra le vette ed i ghiacciai dell’arco alpino nordorientale, dal primo all’ultimo giorno di quella che, a ragione, per il numero delle nazioni coinvolte, la vastità dei campi di battaglia, le micidiali spesso innovative armi, i milioni di Caduti, fu definita “La Grande Guerra”.
Per tre anni gli Alpini dovettero confrontarsi con le truppe regolari e da montagna austriache e tedesche, rispettivamente Kaiserschützen e Alpenkorps, lungo tutto il fronte italiano (all’epoca si diceva “la fronte”), senza mai aver avuto in precedenza esperienze simili, visto che erano stati sempre impiegati in terra d’Africa, prima in Abissinia (1894-6) e poi in Libia (1911-1914).
Quella sull’arco alpino fu definita anche “la guerra bianca”, unico esempio di guerra in alte quote dove il principale avversario contro cui combattere quotidianamente non fu il nemico (ed il dato vale anche per gli austroungarici), ma le difficili condizioni atmosferiche, il gelo e le impervietà dei luoghi, che causarono più morti ed invalidi di quelli provocati fra stessi avversari con le armi.

La Colonna Mozza – Cima del Monte Ortigara, Altopiano di Asiago

A ricordo delle migliaia di vittime dei combattimenti avvenuti nel giugno del 1917 per la conquista della vetta del Monte Ortigara, l’Associazione Alpini di Bassano fece erigere questo cippo commemorativo, inaugurato il 30 ottobre 1921, e già nel 1920 vi fu un pellegrinaggio che viene considerato come la prima Adunata Nazionale, da allora ogni anno vi si svolge un pellegrinaggio solenne nella seconda domenica di luglio.
Sulla colonna Mozza si legge la scritta : Per non dimenticare.

Campagna d’Abissinia (1935-1936)

Delle cinque divisioni alpine, costituite fin dai primi mesi del 1935 (Taurinense, Tridentina, Julia, Cuneense, Pusteria), fu inviata la 5ª Divisione “Pusteria” che, per l’impresa etiopica, inquadrò temporaneamente anche reparti della 3ª Divisione “Julia”. Gli Alpini presero parte attiva in numerose battaglie nelle quali le forze italiane sbaragliarono quelle etiopi, definitivamente messe in fuga dopo la battaglia di Mai Ceu. Gli Alpini persero in battaglia e per malattie 220 uomini.
Con la conquista di Addis Abeba, il 5 maggio 1936, l’Italia ebbe infine il suo “Impero” la cui vita ebbe termine nel breve volgere di meno di un decennio per l’impossibilità di difendere quanto conquistato, una volta scoppiato il Secondo conflitto mondiale.
La guerra d’Etiopia fu la prima guerra meccanizzata della storia in cui migliaia di autocarri e mezzi cingolati (14.000 autocarri, 250 carri armati, 1100 pezzi di artiglieria) avanzarono su terreni impervi, accidentati privi di strade (che per lo più furono costruite dai nostri genieri e dai nostri Alpini e che ancora sono in uso), spostando sul territorio centinaia di migliaia di uomini (330.000), trasportando tonnellate di carburante, viveri munizioni.
Conclusa la guerra, la “Pusteria” venne impiegata in diverse regioni dell’Etiopia per soffocare residui movimenti di rivolta. Fu rimpatriata nell’aprile 1937.

Seconda guerra mondiale (1940-1943)

Con il costituto Corpo di spedizione italiano in Russia (CSIR) si era inteso partecipare all’operazione Barbarossa, lanciata dalla Germania contro l’Unione Sovietica. Costituito da tre divisioni per circa 200.000 uomini, il CSIR raggiunse il fronte orientale a metà luglio 1941 e partecipò all’avanzata in territorio russo fino all’aprile 1942, quando le esigenze del fronte richiesero un rafforzamento degli effettivi con conseguente invio di altri due corpi d’armata italiani. Venne quindi costituita l’ARMIR (Armata Italiana Russia) che fu schierata nel settore del fiume Don, con la funzione di coprire il fianco sinistro delle forze tedesche che stavano avanzando verso Stalingrado. Il 15 gennaio 1943 una seconda grande offensiva sovietica a nord del Don travolse gli Alpini che, mal equipaggiati e a corto di rifornimenti, intrapresero fin dall’indomani una ritirata lungo un “cammino nella steppa”, così drammaticamente descritto nello splendido, angosciante romanzo autobiografico di Giulio Bedeschi Centomila Gavette di Ghiaccio. Quella ritirata (16-30 gennaio) fu costellata da decine di scontri e battaglie nelle quali furono impegnate le divisioni alpine Iulia, Cuneense e Tridentina. Le prime due rimasero però imbottigliate nella sacca del Don e solo una lunga colonna di oltre 30 chilometri costituita dalla divisione Tridentina riuscì ad aprirsi un varco fra le linee sovietiche, nella disperata lotta per sfuggire all’accerchiamento. Fu proprio la colonna costituita dalla Tridentina sotto il comando del Generale Reverberi, guida ed animatore di quell’epica marcia di ripiegamento, e unica delle divisioni italiane ancora in grado di combattere, a consentire di conquistare la salvezza sfondando le linee russe in una epica battaglia durata per una intera giornata intorno al villaggio di Nikolaevka.

Guerra di liberazione (1944-1945)

La sagoma rappresentata nel monumento rimanda al ricordo delle Formazioni Autonome partigiane che si costituirono subito dopo la caduta del regime nell’autunno del 1943. La particolarità della sagoma, che ricorda un periodo tanto divisivo e doloroso per la storia d’Italia, sta proprio nel ferrigno profilo dell’arma che l’alpino imbraccia, rappresentante un moschetto “MAB 38”, la prima arma automatica a ripetizione (mitra) prodotta dalla antica e notissima Fabbrica Beretta, che fra il 1943 ed il 1945 fu utilizzato dalle forze in campo, Regio Esercito, Repubblica Sociale e, naturalmente, anche da raggruppamenti partigiani.
Le Formazioni Autonome Militari (partigiani “badogliani”) furono delle formazioni che operarono nella Resistenza italiana facendo riferimento al Regno del Sud senza essere espressione dei partiti antifascisti, mentre la divisione “Monterosa” (la “Divisione di Ferro”) rappresentava una delle punte di diamante del ricostituito esercito della Repubblica Sociale. Si trattava di una formazione di circa ventimila uomini e seicentocinquanta ufficiali formatasi il primo gennaio del 1944. Pur se schierati sui fronti opposti, gli Alpini delle due parti belligeranti non si fronteggiarono mai (fortunatamente) e combatterono ciascuno nella convinzione di essere nel giusto, avendo però tutti sinceramente ed indistintamente nel cuore sempre e solo il Tricolore e l’Italia.

Alpini della leva (1946-2004)

Nel dopoguerra cambia l’uniforme e cambia l’arma tradizionale d’ordinanza: i tozzi “Garand”, residuati della produzione bellica americana, equipaggiarono tutto l’esercito italiano, rimasto a corto di risorse.
La ricostituzione del Corpo fu lunga, anche per via dei vincoli imposti dalla situazione di sovranità limitata nel quale l’Italia versava in seguito del trattato di pace del 1947. Solo con l’entrata dell’Italia nel Patto atlantico (1949) i limiti furono superati. Nell’ottobre di quell’anno venne infatti ricostituita la brigata Julia (dislocata nel Friuli e nella Carnia) ed a seguire, nel 1951, la brigata Tridentina (dislocata in Alto Adige e nella provincia di Verona), nel 1952 la Brigata Taurinense (dislocata in Piemonte), nel 1953 la brigata Orobica (Alto Adige centroccidentale) sempre nel 1953 la Brigata Cadore (dislocata nel Bellunese).
A tutti i reparti alpini venne successivamente assegnato il compito di controllare la frontiera nordorientale in funzione di difesa da un possibile attacco delle forze del Patto di Varsavia. In quegli anni nacquero anche gli Alpini paracadutisti, che sono ancora oggi l’élite delle truppe alpine.
Scomparsa la minaccia sovietica, le truppe alpine furono ridotte. Nel 1997 il Corpo d’Armata alpino venne riorganizzato nel Comando Truppe alpine, su tre Brigate (Taurinense, Tridentina e Julia), ridotte a due nel 2002. (Taurinense e Julia)

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